Dum Dum Girls – I Will Be

Le Dum Dum Girls (nome che fa riferimento ad un brano dei Talk Talk) sono il progetto personale di Dee Dee (nome d’arte di Kristin Gundred), giovane compositrice americana già divenuta famosa nell’underground per la collaborazione con Blank Dogs nei Maifair Set e per tutta una serie di demo e anteprime su Youtube pubblicate prima dell’esordio.
La formazione, nata nel 2008 e che debutta sul full-lenght due anni dopo con questo I Will Be sotto la celebre Sub Pop, è composta al femminile e questo le fa rientrare nella cerchia di un ultimo calderone di gruppi in rosa che ha attirato l’attenzione del pubblico indie, con varie analogie con gruppi come le Vivian Girls.

Le Dum Dum Girls si rifanno al garage rock anni ’60 e alle bands punk pop dei ’70, dai quali riprendono gli elementi più diretti, essenziali e d’impatto (e anche, soprattutto nel secondo caso, una certa propensione alla melodia nei ritornelli), ma anche a Patti Smith, al noise pop ruvido e improntato al feedback dei Jesus and Mary Chain, il canto cristallino su distorsioni riverberate del twee pop, i richiami retrò dei Raveonettes, amalgamando il tutto con riferimenti al periodo post punk/new wave.
I suoni sono tutti volutamente in lo-fi, per amplificare l’effetto ispido dato dai muri sonori delle chitarre su cui si adagiano linee vocali docili e irresistibili per ottenere un discreto effetto dolce-amaro, mentre la sezione ritmica è ridotta all’osso così come la durata delle canzoni è sempre breve, due retaggi dell’attitudine punk. Ma anche nei pezzi stilisticamente più vicini al genere (la grinta ironica ramonesiana condita di richiami agli Shop Assistants di Oh Mein Me, le melodie stereolabiane di Jail La La, il sapore vintage di Yours Alone, i giochi melodici di Everybody’s Cut) emergono interessanti influenze dai primi precursori dello shoegaze per il gioco effettistico delle chitarre ronzanti e forti connotazioni pop per le linee vocali antemiche e alle volte pure morbide.

Il suono comunque non è tanto distorto o ostico come ci si potrebbe aspettare, anzi, il lavoro in fase di produzione di Richard Gottehrer (Blondie, Raveonettes) l’ha reso relativamente più malleabile e ascoltabile, rendendo il disco fluido nella sua progressione. Le canzoni così scorrono via leggere, perfettamente godibili e senza stancare anche se pure senza imprimersi in maniera particolare vista la generale omogeneità della proposta.

Il tutto infatti non risulta particolarmente variegato, la formula funziona così com’è e la Gundred & socie la mantengono per undici canzoni che forse dopo un po’ possono risultare un po’ ripetitive, ma è nella natura dell’album e ciò signfiica più che altro che non c’è reale necessità di track-by-track alla fine. Sarebbe ridondante, visto che non ci sono molte occasioni di segnalare qualcosa in particolare, ma alcuni brani che si notano più di altri naturalmente ci sono: la dolce ma distorta ballata Rest of Our Lives e la malinconia ottantiana di Blank Girl, il punk della titletrack contaminato da nenie oriniche che nel chorus diventano più grintose, la parentesi acustica finale e speranzosa della malinconica Baby Don’t Go, cover di Sonny Bono.

La forza del gruppo risiede proprio nel proporre con una semplicità elegante, ma mai dozzinale e anzi a suo modo “ricercata”, tutta una serie di melodie vocali trascinanti, briose e quasi spensierate, accompagnate poi dai fuzz box delle chitarre (tanto che il gruppo è stato etichettato come fuzz punk), dalla batteria elementare e dalla registrazione rigorosamente in lo-fi.
I difetti sono invece la già citata poca varietà dei brani, che a volte tendono ad assomigliarsi un poco, e la necessità del gruppo di mettere più a fuoco la personalità del sound, ancora leggermente acerbo ma interessantemente vitale.

Vediamo come cresceranno in futuro le ragazze.

Voto: 6.5

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