Muse – The Resistance

Esuberanti, sensazionalisti, enfatici, scioccatori.
Se all’inizio venivano considerati i loro eredi più catchy e aggressivi, col tempo i Muse sono diventati dei veri e propri anti-Radiohead, e l’ultimo album The Resistance sembra addirittura andare oltre in ciò rimescolando le carte in gioco anche rispetto a loro stessi. Il disco (registrato nei pressi del Lago di Como, per dire, quando si parla di creare hype…) ridimensiona l’evoluzione del precedente Black Holes and Revelations, il loro disco più “semplice” e pop-oriented, per darsi ad un idefinito collage di tendenze sonore alla lunga sbrodolato.
Il fatto è che da un lato emerge un conflitto fra le differenti anime che vengono infuse in questo lavoro: quella dell’alt rock effettato, quella della magniloquenza queeniana (i Queen sono citati ed imitati in alcuni momenti più che mai), quella dell’apertura meno riffocentrica e più elettronica, quella classicista. Non sempre la sintesi riesce, anzi alle volte i vari elementi entrano in conflitto tra loro sfociando in una spiacevole disomogeneità (e discontinuità); dall’altro lato c’è che questo assemblaggio ridondante e vago di sonorità è accompagnato dalla sensazione che queste siano state messe insieme più per esaltare (e amplificare) il trionfalismo già intrinseco del gruppo che per sperimentare nuove vie, soprattutto quando viene messa in mostra nel sound degli inglesi una vena neo-classica preponderante e riecheggiante certo rock barocco settantiano.
A conti fatti dal predecessore permane ancora l’attitudine vagamente kitsch di Bellamy a guidare questo gira-la-moda di sonorità, corroborata dai vari spunti musicali, emergendo spesso in divagazioni ampollose ai limiti fra esuberanza ironica e pretenziosità male assortita. In ogni caso se questo è il progressive pop del 2000, va detto che i Muse ne incarnano l’essenza, risultando inaspettatamente, a modo loro, naturali in quel che fanno.

Con un po’ di approssimazione possiamo tracciare una curva crescente per questo disco, che con le sue piccole variazioni cresce col susseguirsi dei pezzi, mostrando i momenti più interessanti e credibili nella seconda metà dell’album, quelli più dubbi e blandi nella prima.
Non si può comunque dire che The Resistance non sia vario. Ciò che impedisce all’album di andare oltre la sufficienza è però proprio la sua natura simil-eterogenea, perché non c’è un vero connettore comune con cui fondere tutte le influenze in un unico stile vitale e innovativo, non c’è una certa compattezza nel songwriting che più che multisfaccettato si rivela disomogeneo, non c’è sinergia fra le parti che costituiscono il tutto. Così i Muse finiscono per aprire delle porte senza chiuderne molte, imboccano un sentiero che li porta a girare in tondo un bel po’ di volte, e alla fine si rimane con la sensazione che manchi qualcosa per arrivare al punto dove Bellamy & co. volevano andare a parare, quasi come se qualcosa li ingombrasse: forse le elucubrazioni eccessive rendono il loro stile troppo auto-indulgente, oppure i colpi più melodici ne diluiscono e annacquano le potenzialita… o forse entrambe le cose.
Un album discontinuo, ma anche a suo modo estroso, nonché, se presa in relazione al settore mainstream, una lucida prova in questo campo per un gruppo che par dire “voglio, ma non posso” nella sua ricerca del rock progressista partendo da territori molto più easy-listening, leggeri e radiofonici, e con un approccio geneticamente più portato all’enfasi che alla cerebralità.
Forse però non basta.

Certamente la maggior parte del pubblico nei confronti di quest’album si dividerà fra chi lo considererà una schifezza esibizionista e chi un capolavoro che ridefinisce i limiti del rock contemporaneo – ma in fondo anche questo spaccare gli animi, come potrebbe dire Wilde, è a modo suo un pregio.

Voto: 6

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