Nightrage – A new disease is born [2009, Lifeforce]

L’ultima uscita in casa Nightrage, intitolata Wearing a Martyr’s Crown, è nè più nè meno uno spento e privo d’inventiva concentrato dei soliti stereotipi del melodic death metal, reso più evidente dall’ennesimo stravolgimento di formazione che prevede l’entrata del nuovo cantante Antony Hämäläinen al posto di Jimmie Strimmell – poiché le sue linee vocali sono più modellate sugli standard predefiniti del genere.
Naturalmente rimane il leader e fondatore greco Marios Iliopoulos, costantemente alla ricerca di un passaporto musicale svedese anche a costo di sfornare dischi su dischi fatti con lo stampino e di circondarsi di un seguito tecnico e promozionale (dagli Studio Fredman del noto Fredrik Nordström per la produzione alla tedesca Lifeforce per l’etichetta) che faccia sembrare in tutto e per tutto nordeuropeo il gruppo, nonostante cuore e mente rimangano saldamente incentrate su Iliopoulos che muove le redini di tutto.

Stilisticamente l’album pare fare un passettino indietro rispetto al predecessore A New Disease Is Born, che si lasciava sedurre da influenze più melodiche e metalcore (espresse anche da Strimmell con la sua alternanza di urli e fraseggi puliti), tutti elementi che da tempo erano diventati un trend abusato ma su cui i Nightrage potevano rifondare la propria musica cercando di variare almeno un pochino la proposta, tant’è che il precedente full-lenght non era malvagio e lasciava intravedere buoni spunti ed un minimo di personalizzazione; invece con Wearing a Martyr’s Crown ci si trova dinanzi ad un sound nel complesso più “tradizionale” e ancorato agli ultimi anni dei ’90, pur sporcato ancora dalle strizzate d’occhio al metalcore europeo più melodico, incappando così in quella spiacevole tendenza compositiva che alla mancanza di personalità compensa con uno schematismo abbondante per accontentare i fanboy dello Swedish sound.

Ritroviamo quindi tutti i clichè più triti e ritriti come l’aggressività del death melodico, attacchi thrashy, ritornelli melodicizzanti, mazzate cassa-rullante, produzione nitida, doppio pedale a profusione, tecnicismi solistici vicini all’heavy, impennate più thrash/death e stacchi Swedecore. L’ennesimo punto d’incontro fra At the Gates ed In Flames in un mare di gruppi clone ed aspiranti epigoni (con riferimenti minori sparsi e banali), che però dei due gruppi riprende tutto tranne che le caratteristiche che più li valorizzava: dei primi l’espressività, la profondità tragico-emotiva, la rabbia genuina; dei secondi la flessibilità, l’originalità creativa e la scioltezza stilistica. Qualche volta fanno la loro comparsa persino dei filtri vocali ripescati dalla soffitta di Anders Fridén, un fan-service netto ed insipido.
In Collision of Fate c’è una mezza via fra The Jester Race e il power/death melodico dei finlandesi Children of Bodom, A Grim Struggle è quasi una fotocopia di Come Clarity, Mocking Modesty è uno dei momenti più vicini a lavori come Whoracle mentre la strumentale Sting of Remorse rimescola strafritti climax emozionanti incentrati su di un heavy/death energico ma virtuoso con arpeggi acustici d’atmosfera in piena tradizione nordica.
Viene infatti ripescato anche un altro degli stereotipi più banali della Svezia e soprattutto di Gothenburg, e cioè quello degli inserti acustici, e il modo in cui vengono piazzati a caso qua e là in parecchie canzoni in maniera fine a sè stessa contribuisce ad appiattire sempre di più il disco.
Il pezzo più moderno è forse Futile Tears, che varia un po’ le cose con qualche spunto dagli All Ends (!), mentre per la summa di quelli più old-school la contesa è fra la pesante titletrack e Failure of All Emotions con tutti i soliti riffacci atthegatesiani, batteria pesta-pesta, intermezzo acustico e poi via con l’assolo tecnico e che entusiasmi prima del finale violento ma orecchiabile. La mediazione più nitida e ispirata avviene probabilmente in Among Wolves, una delle canzoni meno piatte e quasi certamente la più riuscita del disco, con gli spunti melodici più godibili e trascinanti, le atmosfere più avvolgenti ed il songwriting più caratterizzato; ma si tratta sempre di un discorso relativo al disco, anche se questo apice all’interno dello stesso è comunque apprezzabile.

In definitiva c’è poco su cui soffermarsi perché le coordinate sono quelle, solite, che plurime formazioni hanno affrontato in maniera sempre più statica, e le canzoni finiscono per dire ripetere sempre la solita solfa.
Wearing a Martyr’s Crown è un altro lavoro monotono e anonimo di uno dei gruppi più prevedibili del panorama del melodic death metal, che consigliamo solamente a chi divora in continuazione queste sonorità e ne vuole l’ennesima riproposizione povera di contenuti ma racchiusa in uno scintillante scrigno dorato.

Voto: 4

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Un pensiero su “Nightrage – A new disease is born [2009, Lifeforce]

  1. Prevedibili è vero, però mi sono piaciuti – le canzoni sono ben fatte e spaccafrazzano il culo. Anche se non raggiungono il livello degli ottimi The Fading, stile Soilwork vecchi/Darkane/Arch Enemy vecchi, con brani potentissimi davvero devastoidi. In culoghiaccionia roba del genere non esce di più, e quella di una volta c’è uscita per sbaglio.

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