Kasabian – West Ryder Pauper Lunatic Asylum

Ah, il caro vecchio rock inglese, quell’enorme contenitore dei più disparati gruppi che in breve tempo diventano popolari, ma così popolari, che praticamente per molti esiste solo il rock inglese e i gruppi inglesi sono i più fighi del mondo; chi dice il contrario è per forza di cose un razzista che ce l’ha con gli inglesi, senza alcun dubbio, perché i gruppi inglesi sono il Rock per eccellenza: guai a sminuire un gruppo inglese.
Il vasto oceano delle next big things inglesi ha accolto nel suo largo abbraccio i più innumerevoli gruppi dell’indefinito mondo rock/pop: dai Gay Dad ai Futureheads passando per i Dogs, tutta l’isola di Britannia ha offerto le sue vittime sacrificali in ambito britpop, indie, electro-rock, rock revival in generale e chi più ne ha più ne metta; una valanga di gruppi ciascuno pompatissimo all’esordio, meno valido rispetto all’esaltazione ricevuta e poi boh, chi s’è visto s’è visto, tanti saluti, avanti il prossimo, quant’è cool la passerella del rock inglese.

Che quindi i Kasabian di Tom Meighan riescano a tener duro, stringendo i denti e proseguendo con naturalezza sulla propria strada, senza svanire nelle nebbie del tempo, forse è già quindi di per sè un piccolo merito.
Nonostante tutte le perplessità attorno alla “dubbia ispirazione” dell’esordio, gli inglesi sono via-via sempre più maturati e ora giungono al terzo album, West Ryder Pauper Lunatic Asylum, con la consapevolezza di avere l’esperienza necessaria a proporre un disco concreto, rifinito e che a suo modo ha raggiunto una certa personalità, riconoscibile dalle prime note e in cui certo, si riconoscono i riferimenti al rock sessantiano, alla psichedelia riaggiornata (e stemperata) al nuovo millennio, al madchester disassemblato e infarcito di soluzioni groovy in territori di confine fra pop schitarrato e rock scanzonato; ma che vengono anche fusi con più naturalezza e genuinità rispetto al primo full-lenght.
Beh, diciamo che lo stile dei Kasabian appare ormai (ovvio) generalmente più coeso, fluido e immediatamente percepibile che rispetto ai tempi del debutto, e che uno dei difetti del precedente Empire, la discontinuità stilistica che spezzava il lavoro in parti distinte che tendevano ad opporsi fra loro, è stato equilibrato con un songwriting più pulito, omogeneo, dove tutte le radici musicali del gruppo trovano una nuova forma molto più distinguibile, senza rinunciare all’attitudine catchy e d’impatto che ha contraddistinto il gruppo fino ad ora.
L’ascolto è piacevolmente continuo, con la sensazione che l’album sia completo, passando da consueti riferimenti ai Rolling Stones, ributtandoci dentro poi influenze da Stone Roses, The Clash e quant’altro e rielaborando il tutto con più ispirazione (e meno debiti stilistici) che in passato.

Il disco è comunque livellato su di uno standard discreto, senza bassi ma anche senza particolari alti. Non intendiamo dire che non esistono i singoloni trascinanti; i pezzi sono tutti ben scritti ed eseguiti, ci sono i refrain accattivanti, le melodie avvolgenti, i ritmi cadenzati, gli arrangiamenti retrò, gli inserti elettronici… solo non si tratta di hit micidiali che lascino il segno nei secoli dei secoli, o picchi killer irresistibili che spiazzano l’ascolto come non mai.
Inoltre non v’è in generale un passo in avanti stilistico sufficiente anche ad elevare i Kasabian al punto cui sembrerebbe dovrebbero stare vista la loro fama. Ma l’ascolto nel complesso scorrevole con tranquillità dall’inizio alla fine, non inciampando con passi falsi.

Va da sè che chi li aveva amati con gli altri dischi li adorerà anche con questo, dato che la formula che forma l’anima del gruppo si è mantenuta.

Voto: 6

(ovviamente una versione più completa della rece è disponibile, come al solito, su Rockline)

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