Iggy Pop – Préliminaires

E chi l’avrebbe mai detto che colui che segnò in maniera indelebile l’epoca del garage rock americano e che con gli Stooges fu fra coloro che spalancarono le porte al punk rock (e di conseguenza al post-punk, alla new wave, al noise, all’industrial, al goth, all’hardcore, al thrash e a tutto ciò che da lì si è evoluto e ramificato), dopo trent’anni di succesiva carriera solista, dopo la morte a gennaio del fido chitarrista Ron Asheton, se ne sarebbe uscito con l’idea folle di fare un disco jazz, ispirato dal libro La Possibilité d’une île (“La possibilità di un’isola”) di Michel Houellebecq.

Da qualche tempo infatti il non più giovanotto Iggy Pop manifestava l’idea di non essere più adatto a quella vita musicale frenetica imposta dai ritmi del rock’n’roll e di voler, almeno in studio, tentare di fare qualcosa di più calmo e meditato, più consono alla sua ormai diversificatasi ispirazione e che potesse fisicamente reggere più facilmente.
Poi, d’improvviso, l’annuncio shock: “ad un certo punto mi sono stufato di ascoltare imbecilli che schitarrano robaccia e ho iniziato ad ascoltare un sacco il jazz del periodo di New Orleans, quello di Louis Armstrong e Jelly Roll Morton. E ho sempre amato anche le ballate più tenui. […] il mio prossimo album sarà più calmo e con alcuni elementi jazz”. Album che ha un titolo francese, Preliminaires, e alcune canzoni cantate in francese; sul retro degli uffici dei maggiori magazine punk saranno stati ritrovati dei redattori suicidi strangolatisi con il cavo del mouse dei loro computer.

Probabilmente i più che Iggy Pop lo hanno solo sentito vagamente nominare lo conosceranno giusto per The Passenger (dal relativamente storico album Lush for Life), una delle canzoni più famose della storia del rock e che sta a lui come Sultans of Swing sta ai Dire Straits, Hold the Line sta ai Toto, Another Brick in the Wall sta ai Pink Floyd ecc. (cioè il primo tizio che passa per strada con tutta probabilità di lui conosce solo questa canzone e magari non sa neanche l’autore è proprio lui). Perciò a molti questa dichiarazione sul disco jazzato non tangerà più di tanto.
Però per chi conosce maggiormente lui, il ruolo che ha avuto nella storia del rock e soprattutto l’importanza che ha rivestito con i suoi Stooges nello spargere i semi di un genere, si sarà certamente chiesto se il buon vecchio Iggy non fosse forse impazzito.

In realtà comunque questa “svolta jazz” va ridimensionata parecchio. C’è sì qualcosa, come nell’iniziale fumosa Les Feuilles Mortes (pezzo storico francese anni ’40 scritto da Joseph Kosma e Jacques Prévert), la bossa nova jazzata di How Insensitive (cover di Antônio Carlos Jobim) o nei fiati retrò brucianti di King of the Dogs.
Ma l’interpretazione di questo jazz comunque non ha la stessa classe genuina di quella di un vero compositore jazz, nonostante un’atmosfera soffusa e notturna pregevole ad avvolgere i brani.
E poi ci sono anche pezzi più bluesy, altri più folk, momenti consuetamente rockeggianti e parentesi melodico-atmosferiche che rimescolano le carte in tavola. In alcuni momenti sembra di trovarsi di fronte ad un Tom Waits o ad un Nick Cave (la liquida e malinconica Spanish Coast, ad esempio) e c’è persino un brano electro/synth, Party Time; una parentesi ironica e leggera, senza troppe pretese, per sperimentare qualcosa di diverso.
Il country-rock di She’s a Businness (cantata anche in francese da una voce femminile col titolo Je Sais Que tu Sais) è diretto, granitico, dall’incedere inesorabile, mentre il rock sporcato di blues di Nice to Be Dead suona elettrico e ciaciarone fino al midollo.
I Want to Go to the Beach: titolo essenziale, talmente stereotipato da sembrare quasi una parodia degli anthem cazzoni del movimento punk, soprattutto se la musica che accompagna le parole è lenta, dolce e malinconica, con un pianoforte tenue a scandire l’atmosfera insieme a placidi giri di note di chitarra ed effetti notturni.
Ed ancora He’s Dead/She’s Alive, breve intermezzo country in lo-fi prima del folk decadente di A Machine for Loving.

La parolina magica “jazz”, insomma, è stata un po’ gonfiata nel mese precedente all’uscita dell’album, visto che un vero disco interamente jazz in ogni sua nota sarebbe stato davvero sensazionalistico.
Però, anche se per certi versi ci sono punti di contatto nell’aura con un album come Avenue B, questo è comunque sufficiente a mostrarci un Iggy Pop con una veste completamente nuova, spiazzante, che sicuramente farà gridare al tradimento i puristi punkers, ma che per contro non mancherà di compiacere chi vede di buon occhio il cambiare e soprattutto il provocare.
Come già detto, il disco non presenta chissà quale eleganza compositiva inaudita, quali improvvisazioni briose ed eclettiche. Anzi, è un lavoro tutto sommato concettualmente semplice, leggero e scorrevole, che privilegia le atmosfere avvolgenti e le tonalità placide immergendo il tutto in un’atmosfera a metà fra il noir e il country-folk. In questo risulta anche godibile, soprattutto nei momenti più cupi e riflessivi, grazie anche al pregevole equilibrio fra immediatezza melodica e cura per gli arrangiamenti.
Più di tutto, però, è il senso di libertà ideativa, di volontà di scardinare i preconcetti e di provare nuove strade, a donare una vera freschezza al disco, in sè discreto, eppure intrigante sia per curiosità che per il retrogusto auto-ironico che fa capolino ogni tanto fra le note.

Diciamocelo: è molto più “ribelle” un sessantenne che insiste con i soliti dindini garage/punk (e che magari non è più neanche credibile a portare avanti almeno in sede live, vista l’età) oppure uno che spiazza tutti, vecchi e nuovi fan, con un disco completamente diverso dalla proposta che l’ha proiettato nell’Olimpo dei grandi del rock, con un divertissement tanto fresco e mordace quanto genuino e ponderato, con un lavoro sicuramente coraggioso e provocatorio?
Noi propendiamo per la seconda ipotesi.

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7 pensieri su “Iggy Pop – Préliminaires

  1. Boh, a me m’e’ entrato in un orecchio e uscito da quell’altro – non è una novità, visto che Iggy da solista di solita fa cagare il cazzo. Però per il tuo bene ti consiglio (sempre che tu non lo conosca già) di recuperare Jelly Roll Morton, un vero e proprio genio termonuclare universale. C’e’ il cofanetto della JSP con tutte le incisioni dei suoi Red Hot Peppers dal ’26 al ’30…

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  2. Beh ma in effetti da 0 a 10 gli darei un 6 (altrove gli ho dato un po’ di più a causa delle scale di valutazione differenti), non è fra i dischi dell’anno, però fa piacere vedere che qualcuno ha capito che da vecchiacci non si è più credibili a strimpellare il rock’n’roll.
    Magari lo capisse anche Mick Jagger.

    E poi ho visto alcuni ragazzini punkettoni rosicare e la cosa mi fa piacere a prescindere.

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  3. No, i merdallari non sanno neanche chi è Iggy Pop nè chi siano gli Stooges (e altri tipetti come gli MC5, che pure hanno influenzato molto punk rock, hard rock e heavy metal), pensano che il rock sia nato nel 1969/1970 in Inghilterra venuto fuori dal nulla e che prima dei Led Zeppelin esistessero solo Elvis, i Beatles e Bob Dylan.

    Non li sopravvalutare pensando che possano concepire l’esistenza di quest’album.

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  4. Ops, non ho specificato: merdallari inside. Comunque i peggiori sono quelli convinti che a dare l’avvio al rock estremo siano stati i Beatles con Helter Skelter, che è dura giusto per i canoni dei Beatles, ma se l’anno prima erano già usciti Hendrix e i Blue Cheer di Vincebus Eruptum (capolavoro universale mai troppo lodato), beh, Helter Skelter si rivela per la solita canzoncina ghei che è.

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