Agua de Annique – Pure Air

Perplesso caso, quello di Anneke van Giersbergen: la cantante infatti rilascia come seconda pubblicazione del suo progetto personale, gli Agua de Annique, un album costituito unicamente da riarrangiamenti dell’esordio Air e da cover in chiave acustica di vari autori, mentre nel monicker del gruppo compare in bella mostra il suo nome sopra a tutto, a mettere chiaro e tondo che più che progetto in questo caso si dovrebbe parlare di album solista.

Ed in effetti Pure Air sprizza da tutti i pori l’idea che sia un disco di Anneke più che degli Agua de Annique ancora più del suo predecessore, tant’è che l’aggettivazione del suo titolo sembra suggerire che si tratta di un “perfezionamento” del disco stesso verso una strada ancora più personale e modellata sull’ispirazione più diretta, genuina ed essenziale (in parole povere più pura, per l’appunto) della cantante olandese.
Difatti il disco, quasi interamente acustico, suona molto più intimista e cantautoriale di Air, esplorante terreni pure più minimalisti che mettono ulteriormente in risalto la voce di Anneke e sempre scandito da quella vena introversa e malinconica che ormai è radicata fino alla radice nell’attitudine musicale (il che non impedisce spiragli dal mood maggiormente speranzoso).
Gli strumenti sono diluiti e messi dietro le quinte, a risaltare è unicamente la voce di Anneke attorno a cui gravita l’intero disco. Gli arrangiamenti privilegiano la delezione all’aggiunta, la reinterpretazione per sottrazione, con una vena indie a pizzicare dolcemente le redini del disco.
Tutto ciò ha il suo rovescio della medaglia nel prolungamento eccessivo della formula, che rischia di risultare fin troppo monotona e soporifera nonostante diversi arrangiamenti riuscitissimi, di buon spessore melodico, e l’atmosfera più evocativa e personale che nel debutto.

Il disco in ogni caso può essere suddiviso in due parti discontinue.
La prima è quella delle cover, simbolicamente scelte sia fra autori internazionali che fra alcuni nomi olandesi.
Svettano soprattutto l’iniziale The Blowers Daughter di Damien Rice, aperta e sognante collaborazione con Dave Cavanagh degli Anathema, la funerea e dolente Come Wander With Me di Jeff Alexander con le sue trombe rarefatte e la più country Ironic di Alanis Morrisette. Ma c’è molta classe anche nelle altre canzoni, seppur la presenza degli stessi autori originali stemperi la personalità delle stesse: pregevoli i duetti con John Wetton (King Crimson, Asia) di To Catch a Thief, mentre la fiabesca Valley of the Queens degli Ayreon, col suo folk tradizionale con tanto di fiati e archi che rievocano scenari più medievali, è godibile ma un po’ stona. Ad ogni modo il nome Arjen Lucassen sicuramente attrarrà molti fan incuriositi, così come quello dei Within Temptation per Somewhere (un pezzo acustico in linea con quanto già incontrato senza tante novità o sorprese); un po’ meno i poco noti Silkstone per la placida e dolcissima What’s the Reason.
In chiusura c’è The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood, fortemente minimale ed un po’ anche ripetitiva.

La seconda è quella dei riarrangiamenti di diversi brani già presenti in Air, dall’andamento altalenante: se Beautiful One in veste acustica e con ospite maschile Niels Geusebroek dei Silkstone, o Day After Yesterday con duetto femminile assieme alla talentuosa Marike Jager e tastiere alienanti assumono un nuovo interessante sapore, altri pezzi come Witnesses riscaldano la pietanza del disco con poca convinzione e senza rinfrescare l’ascolto quanto le altre rivisitazioni.
L’intento rimane comunque quello di esprimere le sensazioni più intime di Anneke nella maniera più diretta, semplice e essenziale possibile, come a voler dire “questa sono io in musica con tutta me stessa”.

Un ultimo pensiero che sorge spontaneo ascoltando Pure Air è che Anneke, da sola, non riesca ad esprimersi al meglio come compositrice od arrangiatrice, necessitando quindi di qualcuno che la supporti in tal senso (come nei brani più riusciti del disco) per non sembrare solo un’eccellente cantante e basta.
Vien quindi da chiedersi di conseguenza se forse non sarebbe stato meglio far esordire gli Agua de Annique un po’ più tardi prendendo il meglio da entrambe le strade esplorate dai due dischi, ottenendo un risultato discretamente ispirato ed arrangiato.
Non però se sarebbe stato meglio sperimentare una vena più minimale ed acustica con il vecchio gruppo, i Gathering, piuttosto che lasciarli, poiché un disco interamente incentrato sulla sola Anneke sarebbe stato difficile da concepire per un gruppo attivo e vitale.

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