The Gathering – The West Pole

Nell’estate 2007 gli olandesi The Gathering annunciano che la loro celebre cantante, Anneke van Giersbergen, avrebbe lasciato il gruppo per concentrarsi sulla vita privata e sul suo progetto personale, gli Agua de Annique .
Un fatto certamente rilevantissimo (anche se a volte è stato gonfiato all’inverosimile, venendo dipinto come una grave sciagura dal quale i Gathering difficilmente si sarebbero ripresi), perché Anneke era un po’ un gioiello d’ugola, un’icona ammiratissima e celebratissima grazie al suo talento canoro, e perderla è di sicuro un duro colpo. Ma la formazione nederlandese è composta da eccellenti musicisti e sicuramente subito dopo si saranno riuniti convenendo che:

1) a comporre la musica non era Anneke da sola, ma anche gli altri, che anzi avevano un ruolo importantissimo nella stesura delle canzoni e di conseguenza ciò che si riteneva speciale nella loro musica non aveva alcun motivo di sparire completamente assieme a lei;
2) per quanto fosse una cantante dotata di una voce unica, ciò non significa che un album sia degno di essere ascoltato solo se c’è lei, né che la musica dei Gathering possa continuare solo con lei come cantante.

Insomma, i membri del gruppo si sono ritrovati nella situazione di non far rimpiangere l’ormai ex-cantante e al tempo stesso di dimostrare di poter andare avanti componendo eccellente musica senza bisogno di avere la di lei ombra che incombe in continuazione.
Così, invitata la cantante norvegese Silje Wergeland (proveniente dagli Octavia Sperati e con un timbro vocale limpido e avvolgente, anche se molto ricalcato su quello di Anneke), la formazione entra in studio per dar vita a The West Pole, nono sigillo di una carriera ormai ventennale.

Viste le esigenze, ci si poteva aspettare probabilmente il loro lavoro più ambizioso e sperimentale, ma in realtà i Gathering compiono il sentiero inverso puntando piuttosto ad un lavoro molto più semplificato, più etereo e melodico, come anche quello con più apertura al lato chitarristico da qualche album a questa parte. Diciamo pure dai tempi di if_then_else, di cui ci sono richiami stilistici più evidenti (ma purtroppo senza mai toccarne i vertici compositivi, caratterizzativi ed emotivi). Effettivamente The West Pole si richiude nel lato più intimista del gruppo che sembra quasi dare uno sguardo al proprio passato per ricapitolare la situazione e trovare le basi su cui ripartire con un nuovo ciclo, come a voler andare sul sicuro, senza rischiare, prima di aver metabolizzato a dovere il cambiamento (e anche per questo probabilmente Silje non è presente in tutti i brani e ci sono due ospiti).
Ciò che emerge principalmente è la divisione fra un’anima più metallica e immediata, espressa principalmente nelle prime canzoni in cui prevale l’elemento “riffocentrico” abbinato a spunti che esaltano il lato più sognante del gruppo, ed una maggiormente psichedelica/atmosferica, concentrata invece nella parte centrale dell’album e che offre i picchi di oscurità del disco.
Se la prima suona esecutivamente gradevole ma scontata, la seconda mostra più spessore e caratterizzazione pur tuttavia non ai livelli dei precedenti lavori. A far da collante al tutto c’è comunque la classe infinita dei Gathering, marchio di fabbrica altamente personale, e piccoli inserti sonori come gli archi, aggiunti in piccole dosi lungo diversi punti del full-lenght (altra soluzione ripescata da if_then_else) per aumentare l’emozionalità delle canzoni (anche se spesso sembrano più che altro semplici manierismi, per fortuna marginali), e tutta la perizia in studio del gruppo, dalla presenza nitida dei bassi fino alla produzione.

Insomma, il ritorno dei Gathering, più orecchiabile e sciolto, è però meno ricco ed espressivo di quanto ci si aspettava, incappando in una ripetitività maggiore ed in una originalità ben minore rispetto ai precedenti dischi. Intendiamoci, rimane comunque un risultato pregevole grazie alla loro personalità unica (tale che i loro risultati peggiori sono di gran lunga migliori dei “capolavori” di plurime altre formazioni), ma la sensazione che i Gathering siano regrediti mina il risultato finale, facendo sembrare i brani più deboli delle b-sides di if_then_else e limitando l’efficacia di quelli migliori.
Il fatto è che questo è un album di transizione, per forza di cose un “checkpoint” per guardare al futuro, sul quale ci si chiede se sarà ancora più pop e melodico, oppure intraprenderanno realmente la via della sperimentazione più totale.
La risposta la conosce soltanto il gruppo di Oss.

(per una versione più completa della recensione vedere qui)

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