Archive – Controlling Crowds

Avevamo lasciato gli Archive sul filo del rasoio del dubbio alcuni anni fa, in seguito a due pubblicazioni controverse: (in parte) Noise nel 2004 e (soprattutto) il successivo Pulse due anni dopo generarono diverse perplessità, dividendo in due pubblico e critica a fronte di un songwriting povero di idee… o forse con troppa carne al fuoco, eccessivamente ridondante e confusionario per mettere a fuoco in maniera convincente tutti gli spunti e le soluzioni, finendo così per appiattire il lavoro degli inglesi.

Ora, nel 2009, il compito di riscattare un periodo da “purgatorio”, fatto di critiche e timori che il gruppo fosse irrimediabilmente entrato in una parabola discendente, tocca a Controlling Crowds, sesto album studio ed ennesima prova di eclettismo stilistico per il progetto degli anglosassoni – sempre pronti a smontare e rimontare, mescolando tutto, varie sonorità da un album all’altro.

In molti brani la sensazione è che ci sia stato un riavvicinamento molto più marcato verso certi elementi della matrice trip hop con cui gli Archive esordirono, più sostanziale rispetto all’elemento ritmico presente da qualche album a questa parte. Nella fattispecie viene presentato ben presto il battito tipico che scandisce atmosfere evocative ed eteree, ma anche più corpose e malinconiche, mentre giri melodici di tastiera accompagnano il resto della strumentazione.

Il ritmo è sempre caratterizzato e di puro sostegno alla matrice elettronica che fa da cardine alla maggior parte dei pezzi, senza ridondanze, mostrando la consueta classe degli Archive; inoltre, l’effettistica mesmerizzante e gli arrangiamenti accattivanti sussurrano uno sviluppo più equilibrato e ricercato di diversi elementi già sperimentati nei precedenti due album. E non mancano novità, come un mood più rilassato e disteso, fattore che assieme al curatissimo dosaggio degli elementi sonori fa sì anche che il disco non suoni mai pesante, monotono o sbrodolatamente noioso, nemmeno nelle canzoni più lunghe.

L’ascolto scorre in maniera avvolgente e fresca, fra tappeti atmosferici di contorno, refrain ossessivi ma trascinanti, linee vocali carismatiche, strings (a volte un po’ banalotte), dissonanze, stratificazioni, tocchi psichedelici ed onirici. Un’opera di sintesi e rielaborazione ricca di verve, oltre che dell’eleganza ormai marchio di fabbrica degli inglesi.

Senza ombra di dubbio il miglior disco degli Archive dai tempi di You All Look the Same to Me, nonché un tassello rivitalizzatore per il vasto ed inflazionato panorama del calderone trip-hop. Ma soprattutto, un efficace esempio di come coniugare il recupero di elementi del passato discografico con la progressione sonora, sintetizzando il tutto con personalità e freschezza ideativa, in risposta a tutti quei gruppi che, poveri di intuizioni, regrediscono al passato riciclandolo pedissequamente senza barlumi di creatività.

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