Riflessioni in breve su Higurashi(t) no Naku Koro ni

Uno degli anime più popolari e apprezzati degli ultimi anni è Higurashi no Naku Koro ni (“Quando piangono le cicale”), tratto da un videogioco e di cui esistono due serie, diversi OAV ed una consistente fan base.

La storia, ambientata nel giugno del 1983, ci presenta il giovane Keichi, da poco trasferitosi nel tranquillo paesino di Hinamizawa e che subito ha stretto amicizia con la gente del posto, soprattutto alcune ragazze (che rivestiranno un ruolo molto importante).
Ad Hinamizawa esiste una festività tradizionale, il Watanagashi, in cui simbolicamente si rende omaggio ad una divinità locale. Tuttavia, Keichi apprende che da alcuni anni puntualmente durante il festival una persona viene assassinata, mentre un’altra svanisce nel nulla. Questi misteriosi omicidi iniziarono il giorno in cui la cittadina protestò per la costruzione di una diga che avrebbe sommerso il paese e l’ingegnere responsabile dei lavori venne ritrovato morto…

Si tratta tendenzialmente un horror drammatico, con qualche elemento di commedia ed un character design abbastanza originale (personaggi candidi e pucciosi nei panni degli psicopatici di turno).
La caratteristica principale della serie è che essa è divisa in archi narrativi i quali iniziano sempre con un “reset” totale della trama – si ricomincia da capo come se nulla fosse successo, in pratica – e conducono sempre ad una tragedia, di volta in volta presentata secondo modalità e sequenze di eventi differenti. Ogni arco aggiunge un nuovo tassello che fa ipotizzare varie spiegazioni ai misteri che circondano Hinamizawa, la festa del Watanagashi, le efferate uccisioni e la crisi paranoica che sembra puntualmente investire alcuni personaggi.

Il fatto che Higurashi no Naku Koro ni abbia ottenuto tanto successo può essere interpretato come un indice di qualità: l’anime viene apprezzato perché è bello. Ma, attenzione, sappiamo o non sappiamo che enorme successo di pubblico l’ottengono anche i dischi di Britney Spears e i libri di Moccia?

Difatti, se mi permettete di dirlo, anche Higurashi è abbastanza ‘na ciofeca, per utilizzare una terminologia vagamente tecnica.

Partiamo dalla prima serie.

Essenzialmente si tratta di un vuoto ed inconcludente collage paranoici e schizofrenici, dove però ai contenuti miseri si sostituiscono il fanservice e l’intento di stupire lo spettatore con emozioni forti che lo intrighino (e con i disegni graziosi se non “moe“).
Volendo poi si potrebbero tirare in ballo le tettone di Mion e Shion, o il tendenziale lolita complex per Satoko, ma queste sarebbero mere provocazioni.

In realtà anche i momenti in teoria più oscuri si risolvono in un gira la ruota di cliché, situazioni prevedibilissime e “pulsioni istintive” tutto fumo e niente arrosto, con poche scene che arrivano ad essere un minimo inquietanti. L’alone di mistero svanisce subito e l’ancora inspiegata motivazione al perché degli archi narrativi rende il tutto ancora più vuoto e insensato.

L’idea degli archi narrativi ha una certa ripetitività nello schema delle sottovicende, che si sviluppano quasi sempre con un mistero che viene lievemente accennato prima della festa per poi irrompere con forza dopo la suddetta in cui avviene il solito omicidio delle stesse persone, e una conseguente breve parte “investigativa” condita da risvolti macabri (“investigativa” è un termine improprio perché il dipanarsi degli eventi è di una semplicità disarmante).

Di volta in volta cambiano i personaggi di contorno, alcuni vengono introdotti nel corso della serie, mentre altri che prima sono accennati sotto una certa luce compaiono in seguito in un’ottica diversa.
Quest’ultimo fattore lascia perplessi quando vengono rivoltate le personalità di alcuni personaggi in maniera poco credibile, basti pensare ad esempio al personaggio di Rena che inizialmente sembra tutt’altro che sveglia per poi improvvisarsi emula di Detective Conan nella seconda sottosaga, o al commissario Oishi che diventa improvvisamente stronzo e spregevole nella terza sottosaga.

Pochi gli elementi di riflessione sui personaggi, buttati alla rinfusa qua e là in un setting evanescente, se non proprio annegati in sviluppi delle vicende dubbi, e assieme a tutti i connotati “mistici” che la serie progressivamente assume questi fattori vengono letteralmente gettati nel cesso dalla sceneggiatura dell’ultima sottosaga – a coronamento della quale v’è un finale assurdamente privo di senso, al punto da far sembrare l’anime una parodia di sè stesso.

Ma l’anime a dispetto di tutto piace e riscuote un successo enorme soprattutto all’estero.

La seconda serie cambia registro, ed è un po’ migliore della prima: spiegato il perché dei reset, dato un filo logico e tutto sommato coerente ai retroscena sui misteri di Hinamizawa (spiegando al contempo la realtà dietro le varie teorie sovrannaturali accumulatesi), abbandonati gli stereotipi delle loli killer e delle risate psicopatiche. Vabbè, quest’ultimo punto non sempre.

Concentrandosi sulla chiarificazione delle vicende si permette così all’aura misteriosa dell’anime di ritornare in auge e di dare maggior spessore con meno sensazionalismo ad approfondimenti sulle vite e le personalità dei personaggi, al dipanarsi degli eventi e allo svilupparsi della storia.
La serie acquista così un suo senso su cui andare a parare, seppur concludendolo in maniera un po’ scontata e senza grossi spunti.

Il tutto in ogni caso viene minato da residui di banalità varie qui e lì, qualche possibile (ma trascurabile) piccola incoerenza fra gli archi, un po’ troppo buonismo in certi frangenti e diverse forzature a livello di trama.

Volendo poi ci sono giusto un paio di trollate (il Kalashnikov ) la cui natura a gusti può piacere come può non piacere.

Insomma, è uno degli anime più sopravvalutati di sempre.

La cosa più infelice è che ci sono anche fan che pretendono di trovare un significato profondo persino dietro la prima serie (argh), senza alcun difetto nè la minima sbavatura, arrivando a schioccare in abbondanza voti come 9 o 10 sulle classifiche di MyAnimeList.
Io però continuo a sostenere che ci siano altre opere ben più significative.

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