Steven Wilson – Insurgentes [Kscope, 2009]

Steven Wilson non è un nome sconosciuto per quanti seguono il panorama rock odierno. Salito alla ribalta della cronaca con i suoi Porcupine Tree (partendo con album dall’approccio molto pinkfloydiano fino a creare un neo-prog melodico e certosino), il compositore inglese ha dato sfogo negli anni ad un vero e proprio “mal della release” tirando su svariati progetti paralleli (No-Man, Blackfield, Bass Communion, Incredible Expanding Mindfuck) con i quali si è sbizzarrito a navigare fra sentieri ora più elettronici, ora più pop-rock oriented, ora più vicini al kraut rock, ora dal sapore più “alternativo” e così via, come uno stakanovista della musica.
Giunti al 2009, non poteva non mancare a questo punto il progetto solista, con questo disco intitolato Insurgentes – riferimento alla via messicana dove è stato registrato – e disponibile già da novembre 2008 come edizione deluxe a tiratura limitata ordinabile direttamente via mail.

Non si può dire che Wilson non abbia progettato le cose in grande: fin dall’elenco di guest rinomate la sensazione è che l’idea di base dietro al disco fosse ambiziosa, ma l’esercito di nomi può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio lasciando (assieme allo strombazzare miriadi di influenze di classe ed il fatto che fosse il disco più “sperimentale” della carriera di Steve) un retrogusto di auto-celebrazione, e siamo sicuri che parecchi “prog fanboy” avranno sbavato all’idea di ritrovarsi Jordan Rudess dei Dream Theater in alcuni pezzi già prima di aver ascoltato il disco.
Un altro rischio è quello che i numerosi ospiti rendano il disco stilisticamente e caratterialmente disomogeneo, ma per fortuna le redini tirate da dietro le quinte da Wilson riescono a mantenere un certo filo conduttore di fondo che tende a mantenere legati fra loro i pezzi – nonostante alcune parentesi che sembrano spezzare la compattezza del disco.

In Insurgentes non ci sono molti rimasugli delle elucubrazioni più vagamente metalliche degli ultimi Porcupine Tree, anzi, il mood dell’album generalmente è molto più imperniato su elementi come l’oniricità e l’evocatività dei tappeti sonori, avvolgenti e melodiosi, occasionalmente interrotti da droni più corposi o da inserti maggiormente rumorosi e psichedelici, ma sempre con il fine di enfatizzare la carica atmosferica – e quindi emozionale – del disco. In funzione di ciò le influenze mostrano diverse volte una certa predilezione per alcune scelte ambientali solitamente ben inserite accompagnate da una cura per gli effetti che si avvicina a quella degli shoegazers, ma non mancano divagazioni che sembrano toccare persino la dark-wave per inquietudine. In più qua e là c’è, sporadicamente, qualche strizzata di palpebra ad un barocchismo più tipicamente neo-progressive.

In ogni caso, il disco tende ad essere meditato, riflessivo, pur concedendo qualche sussulto in alcuni brani in opposizione ai momenti più rilassati, e intrinsecamente impregnato di un’attitudine da album “art rock” – una visione però forse pretenziosa.

Schiettamente: Wilson non è un genio. Non inventa nulla e non esterna alcuna vérve progressista. Semplicemente si limita ad attingere con classe da questa o quell’altra sonorità per confezionare un disco dalla veste accattivante, ricercato nelle sue composizioni e dagli arrangiamenti melodici raffinati.
Il suo lavoro è nel complesso apparentemente innovativo ed estroso, ma in dettaglio è più una certosina opera di sintesi stilistica, un caleidoscopio, magari anche eclettico nelle sue fonti di ispirazione volendo, di influenze intrecciate fra loro – a volte in maniera ispirata, a volte con un andamento troppo fine a sè stesso.
Sicuramente comunque è positivo che non cloni quanto già proposto con il gruppo principale ma cerchi di fare qualcosa di un po’ diverso, che suoni come un “disco di Steven Wilson” e basta.

Il disco è ben scritto ed eseguito, non è certo geniale e non introduce grandi novità puntando piuttosto a stupire con la “catchiness” stilistica (anche se qualcuno griderà lo stesso al miracolo), ma Wilson è abile nello sfruttare il proprio “pedigree” musicale e la propria personale vena creativa per azzeccare i fraseggi giusti, i refrain più intriganti, le strutture più corpose per catturare e affascinare con le sue intuizioni melodiche. I nei sono l’eccessiva auto-indulgenza mostrata occasionalmente, come la tendenza a dilungarsi troppo ogni tanto su dettagli artificiosi, a scapito magari di un’idea più convincente ma lasciata in secondo piano.

Il tutto nel complesso fa un buon album (per chi scrive anche migliore delle più recenti proposte del porcospino), godibile, orecchiabile, piacevole da ascoltare come sottofondo notturno. Ma non un capolavoro.

Consigliatissimo in ogni caso ai fan irriducibili di Steven Wilson e dei Porcupine Tree, che ameranno molto di questo lavoro.

Voto: 6.5

(per una versione più approfondita e completa della recensione, cliccare qui, il voto è diverso perché è utilizzata un’altra scala)

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